28
Mar 2011
Numero N. 128
Parmalat, nuova preda francese?
Anche Parmalat è nel mirino dei francesi. Iveco e Alfa Romeo interessano i tedeschi. La francese Groupama ha sperato di controllare Ligresti. Edf vuole Edison. Credit Agricole è interessata a Pioneer di Unicredit.
Le aziende italiane sono sovente prede e hanno difficoltà ad essere cacciatrici. Come reagire?

La francese Lactalis ha già racimolato il 29% delle azioni di Parmalat. Ferrero e Intesa Sanpaolo, forse con Granarolo, affinano il loro piano d’intervento alternativo, anche grazie al governo che “cambia le regole in corsa” per rimandare l’assemblea del 12 aprile che potrebbe essere davvero rovente.

Tremonti promette una legge - ispirata a quelle canadese del 1985 e francese del 2005 - contro le scalate alle imprese strategiche italiane.
Che sia opportuno difendere la italianità dei nostri gruppi industriali è condivisibile ma che lo si faccia con provvedimenti anti mercato è grave. Confindustria e' preoccupata da un eccesso di protezionismo e osserva che non si devono creare artificialmente "campioni nazionali".
Le aziende di cui parliamo sono tutte quotate in borsa e ci sono azionisti che verrebbero danneggiati da un provvedimento antiscalata che distruggerebbe valore limitando la contendibilità dell’azienda, prima condizione perché un titolo cresca di prezzo.

Ricordo che l’odierna economia globale forza le imprese a due azioni di segno opposto: diminuire l’integrazione verticale, perché molte fasi della catena del valore sono appannaggio di altri operatori specializzati, e questo riduce le dimensioni dell’azienda; aumentare la competenza distintiva nell’arena difendibile, e questo aumenta le dimensioni se l’azienda sa eccellere in un mercato più ampio. Per essere “campioni del mondo” la strada maestra da percorrere è formata da fusioni e acquisizioni.

Penso che sia bene difendersi ma per una reale politica industriale servono nuova fiscalità, ruolo proattivo delle banche e imprenditori capaci.
Il salvataggio dell’italianità è il modo sbagliato di affrontare il problema, la promozione del capitale di rischio a scapito di quello di debito il modo corretto. Infatti, diverso sarebbe se il governo istituisse un provvedimento con condizioni fiscali favorevoli alla raccolta dei mezzi finanziari. La nostra politica fiscale ha sempre premiato l’indebitamento, consentendo deduzioni significative, e penalizzato il capitale di rischio. Ora una norma che permettesse di dedurre dalle proprie tasse almeno parte del capitale di rischio investito in acquisizioni o fusioni produrrebbe effetti significativi per invertire la tendenza, diventare cacciatori invece di prede, magari cacciando anche all’estero.
Un ruolo chiave lo devono giocare anche le banche. Promuovere le aggregazioni di imprese con i giusti potenziali per diventare dei veri campioni. In Italia Intesa Sanpaolo in questi ultimi anni ha partecipato coraggiosamente, per i rischi associati, a tenere italiane aziende come Alitalia, Piaggio, Prada, Esaote, Sigmatau e altre. L’esempio dovrebbe essere seguito da altre banche.
Per smettere di fare la fortuna di multinazionali a caccia di marchi.

Parola chiave: economia

Azione: costruisci le alleanze industriali e finanziarie necessarie per portare la tua azienda ad essere cacciatrice e non preda. Se non ci riesci, partecipa al progetto industriale di un concorrente, anche straniero (vedi "Bulgari, il business chiede nuova governance")
Parola Chiave: agroalimentare
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Risultati ad oggi
L’italianità dell’azienda va difesa
8 %
a tutti i costi
92 %
a condizione di non adottare provvedimenti anti mercato (che, alla lunga, producono danni per tutti)
0 %
altro (specifichi nello spazio riservato al suo parere)
Ritiene che vantaggi fiscali tesi a promuovere il capitale di rischio, rispetto a quello di debito, sia la via principale per favorire le aggregazioni d’imprese?
Ritiene che vantaggi fiscali tesi a promuovere il capitale di rischio, rispetto a quello di debito, sia la via principale per favorire le aggregazioni d’imprese?
31 %
si
50 %
forse
15 %
no
0 %
altro (specifichi nello spazio riservato al suo parere)
Le banche rappresentano gli attori meglio posizionati in Italia per promuovere attivamente le aggregazioni di aziende?
62 %
si
27 %
forse
12 %
no
0 %
altro (specifichi nello spazio riservato al suo parere)
(*) La percentuale è riferita al totale dei votanti

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20/07/2012 06:21:41

Sono favorevolmente sorpreso da quanti non vogliono difendere l'italianità adottando pratiche anti mercato (ad oggi sono il 95%). Un chiaro sintomo della seniority del gruppo di Impronte. Complimenti!
<i>P. Bentivoglio 3/31/2011 9:34</i>

Difendere l'italianità si può fare solo con una seria politica industriale: individuare i settori in cui il nostro assetto imprenditoriale può giocare un ruolo regionale, continentale, mondiale. Sviluppare politiche ad hoc per ciascun raggruppamento. Semplice... ma chi lo fa?
<i>G. Profumo 3/30/2011 19:32</i>

1- A tutti i costi no, ma va privilegiata.
3- Potrebbero esserlo, ma non hanno né vision, nè skills globali.
<i> 3/29/2011 9:46</i>

Allora è la globalizzazione che spinge le aziende nazionali a diminuire l'integrazione verticale, quindi a diventare più piccole!
Poi, per diventare grandi - specializzate in una fase contenuta della catena del valore - devono competere in un'arena ben più dilatata.
Compito davvero gravoso.
<i>p.v.l. 3/29/2011 9:7</i>

La detassazione del capitale impiegato dovrebbe essere a beneficio delle banche che sostengono i piani di concentrazione. In questo modo il costo dei finanziamenti sarebbe più accessibile alle moltissime medie aziende con limitati mezzi propri ma grandi opportunita di diventare grandi. Le banche pero' devono possedere le competente per riconoscere le operazioni virtuose.
<i>ferri 3/29/2011 7:3</i>

l'italianità dell'azienda va difesa solo se ci sono ragionevoli certezze che il piano industriale del compratore sia a prioristicamente teso a delocalizzare, se invece ci sono tutti i presupposti per continuare a mantenere la produzione in Italia, a patto però che i costi si riducano, allora non si deve bloccare il mercato
<i> 3/28/2011 18:48</i>

Bloccare i francesi cambiando le regole in corsa è sconveniente. La nostra immagine ne subirà un danno. Diverso indagare se tutto è stato corretto nell'assicurarsi proprio il 29% che permetterebbe loro il controllo senza obbligo di OPA.
<i>Sergio W. 3/28/2011 18:18</i>

Evviva! Finalmente si è capito il dramma del capitalismo italiano: il fisco premia il debito e penalizza il capitale di rischio! Come si può pensare che il risultato non sia aziende sottocapitalizzate e difficoltà a formare aggregazioni. Se a questo si aggiunge la caratteristica del capitalismo familiare: difendere il controllo a tutti i costi... la frittata è fatta e i nostri marchi sono preda delle multinazionali.
<i>Dario Rossi 3/28/2011 15:51</i>

L'italianità va difesa se mancano garanzie da parte dell'acquirente a tutela del mantenimento della filiera italiana
<i> 3/28/2011 15:44</i>

1. Le questioni sono molto complesse per risposte semplici.
2.In merito alle banche, potrebbe essere la solouzione se non avessero offerto pessimi esempi come Cirio o Parmalat
<i> 3/28/2011 15:0</i>