17
Dic 2018
Numero Nr. 490
Uomo e donna, imprenditori diversi

Lo scambio di opinioni tra Riccardo e Paola, fratello e sorella imprenditori di due aziende distinte, rivela i loro caratteri. Possono rappresentare l’archetipo della diversa concezione della vita, non solo aziendale, tra uomo e donna. Lei: “Non e’ necessario vivere ogni sfida lavorativa come se fosse una lotta titanica”.

Stralcio dal nuovo romanzo di Piercarlo Ceccarelli, in fase di stesura. 

 

…Cosi’ le aveva raccontato tutto, ragguagliandola sull’andamento della trattativa con Bykov, il processo, l’ipotesi di ingresso di nuovi soci nel capitale e poi la Borsa, le rivendicazioni sindacali, il doppio intervento di consulenza del team di Nicola Fabbroli. E poi si era lasciato andare a confidenze piu’ personali: il tentativo di ricucire con il padre, non cosi’ banale da affrontare, dopotutto. E le difficolta’ di dialogo con Edo, aggravate dall’atteggiamento ostruzionistico della sua ex moglie.

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Paola lo aveva ascoltato con grande attenzione, lasciandolo parlare a ruota libera – il che era una cosa piuttosto rara per lui. Riccardo non era una persona che si confidava facilmente, tendeva piuttosto a rimuginare sui problemi in solitudine, a isolarsi: a “sbrigarsela da solo”, insomma, anche – e forse soprattutto – quando si trattava di esprimere i propri sentimenti. Era stato molto riservato fin da ragazzo; e, anzi, crescendo aveva fatto qualche piccolo passo avanti in questo senso. Quando capì che aveva finalmente messo sul tappeto tutte le questioni che più lo tormentavano, sua sorella prese la parola. «Beh, mi pare che tu stia attraversando un periodo davvero complicato, in effetti. Uno di quei momenti della vita in cui tanti nodi vengono al pettine contemporaneamente. Per quanto riguarda le faccende aziendali non so che cosa dirti. Non conosco troppo bene la situazione e credo che sarebbe azzardato da parte mia fare valutazioni o darti suggerimenti (sono imprenditori di due aziende diverse, ndr). La situazione mi sembra, al momento, molto fluida – ma non è detto che questo sia un male… e poi mi pare che tu ti sia mosso con intelligenza, finora. Intendo dire che il tuo consulente legale internazionale, da una parte, e Consulenza di Direzione dall’altra, sapranno certamente individuare le strade ottimali per affrontare lucidamente ciascun problema, ciascun imprevisto».

     «Lo spero…».

     «Mmh. Dal tuo tono di voce rassegnato non sembrerebbe, sai?», lo rimbrottò Paola.

     «Sono solo molto stanco…».

     «Lo immagino. Anche perché mi pare che tu stia affrontando questo passaggio, delicato si ma non certo critico per la tua azienda, in un modo malsano… caricandoti di troppi pesi. Scusami se mi permetto, ma credo che qualcuno dovrà pur dirtelo, prima o poi: hai dimostrato di essere un bravo imprenditore, su questo non ci piove. Ma non è necessario – e nessuno si aspetta questo da te – vivere ogni sfida lavorativa come se fosse una lotta titanica. Ci vuole un po’ di misura. Un po’ di distacco. Non sei sull’orlo di un burrone. E anche immaginando che quello che hai davanti sia un burrone – e ti ripeto, non lo è – hai a tua disposizione ottimi paracadute. Ad esempio, insomma, anche se la joint venture con i russi non dovesse andare in porto, questo non cambierà il fatto che Sitoc è un’impresa multinazionale solida e con ottime prospettive».

     «Questo è vero, ma…»

     «Lasciami finire. Io intendo dire che dovresti essere più sicuro di quello che sei e di quel che hai costruito. Se solo ti potessi vedere dall’esterno, in maniera più obiettiva… lo so che non è facile – non lo è mai per nessuno, del resto. Ma guardandoti da fuori, chi ti conosce meglio, come me, vede un uomo che si tormenta, che si logora ed è perennemente insoddisfatto: affronti questioni tutto sommato ordinarie caricandole di significati e valenze che in realtà non hanno. Devi smetterla, Riccardo, di riversare tutte le tue energie nel lavoro, come se la realizzazione professionale fosse l’unica cosa che conta, che conferisce un significato alla tua esistenza. Mi dispiace essere così franca, ma non puoi andare avanti così. Non è sano. E poi non mi sembra che tutto questo ti renda felice. Devi essere più equilibrato, anche emotivamente. C’è altro nella vita, a parte il lavoro»

«Credi forse che non lo sappia?», replicò cercando goffamente di difendersi.

«Non fino in fondo, a voler essere sinceri. Per voi uomini è più difficile ricordarlo, perché crescete pensandovi egoisti, autocentrati: e anche da adulti le vostre scelte, persino nel quotidiano, partono quasi sempre da presupposti individualistici. Per una ragazza, una donna, è tutto molto diverso. Ci si aspetta “naturalmente” che debba essere presente e attenta su più fronti; che sia sempre impeccabile – o quanto meno provi a esserlo – come figlia, moglie, madre, amica, professionista, donna di casa. Che organizzi le proprie giornate tenendo in equilibrio tutti questi aspetti, e variando le proprie gerarchie di priorità anche – anzi, spesso – in funzione delle esigenze altrui. Ci chiedono sin da piccole di imparare a farlo, quindi siamo brave a riuscirci nella maggioranza dei casi – ma non credere che sia facile. D’altra parte, questo ci abitua a definirci, a pensarci in maniera non solipsistica, e neppure monolitica. Noi donne sappiamo di doverci spendere in molti ambiti, sappiamo di far parte di diverse reti, e che nessun ambito della nostra esistenza, considerato da solo, ci offrirà una piena e completa realizzazione. Siamo più pronte a riconoscere, affrontare e coltivare la complessità. E anche più generose, lasciamelo dire, soprattutto perché veniamo educate a esserlo. Ci si aspetta che noi lo siamo, lo si pretende. Il risultato è che di norma ci ritroviamo a dover gestire un carico di incombenze, obblighi, aspettative e bisogni altrui indubbiamente più pesante di quello che, per esempio, grava sui nostri compagni, o mariti, o fratelli. E, nonostante questo, sappiamo trovare delle valvole di sfogo. Coltivare le tante dimensioni di cui è fatta una vita piena, significativa, è per noi un addestramento quotidiano – volenti o nolenti siamo ogni giorno chiamate ad affrontarlo. Il difficile è ricordarsi, in tutto questo marasma, anche di sé. Ma, da brave equilibriste, in genere ci riusciamo meglio. E troviamo comunque degli spazi di compensazione – anche se sono spesso troppo risicati. Ti dico questo perché sono fermamente convinta che questa compensazione sia vitale. Ma soprattutto, è fondamentale non pensarsi come “individui a una sola dimensione”, o come monadi».

     «Mi definiresti una monade?», commentò lui sarcastico.

     «Sbaglierei di tanto, facendolo? Se preferisci posso definirti “emotivamente autarchico”. Ma non mi sembra un’etichetta più lusinghiera. Devi aprirti agli altri e investire meno sulla carriera, Riccardo, o rischi di inaridirti. E devi imparare ad affrontare l’esistenza con maggiore leggerezza, dando a quello che ti circonda il giusto valore. Sei ancora in tempo».

     Riccardo era rimasto sopraffatto da questa requisitoria, così serrata e così sincera; per questo gli ci volle qualche secondo per reagire, per analizzare quel che provava: un sentimento di vulnerabilità, come se le parole di Paola lo avessero messo a nudo; ma anche una vera gratitudine nei suoi confronti.

     «Hai ragione… ultimamente ho perso i miei punti di riferimento. Me ne sono anche accorto, in certi momenti, ma poi… sentirselo rinfacciare fa tutto un altro effetto. E di sicuro a te la schiettezza non manca».

     «Lo so che non è facile sentirsi dire queste cose. E che non è facile cambiare. Ma credimi, devi cercare di farlo, per il tuo bene», disse lei; la sua voce aveva una nuova dolcezza, accorata, partecipe. «Io non credo che certe coincidenze avvengano per caso, del resto… pensa per esempio a come, in questo periodo, il tema del legame fra padri e figli si stia presentando problematicamente nella tua vita…»

     «Già…», ammise pensieroso.

     «Scusami se mi permetto, ma non hai mai pensato di rivolgerti a uno psicologo?»

     «No… sai che io a queste cose non credo molto…»

     «Forse invece dovresti ricrederti. Non ci sarebbe niente di vergognoso, a chiedere aiuto. Di sicuro male non ti farebbe e un professionista saprebbe aiutarti molto meglio di quanto non possa fare io. Io non ho gli strumenti o le competenze per dirti come sciogliere quel che forse è per te un nodo ancora irrisolto, doloroso. A parte starti a sentire, spronarti con ramanzine accorate, e starti vicina per quanto tu me lo conceda, io non posso fare... Te lo dico perché sono preoccupata per te. Pensaci. O almeno promettimi che ci penserai».

     «… Forse ci penserò».

     «E poi, visto che ci siamo – dopo la smetto, giuro – forse sarebbe il caso che tu frequentassi qualcuno. Qualcuno di positivo per te».

     «Vuoi suggerirmi anche un consigliere spirituale, dopo lo psicologo?», tagliò corto Riccardo, cercando di liquidare il discorso con una spiritosaggine.

     «Se voleva essere una battuta, non ti è venuta bene. Ma è tipico di te, ricorrere al sarcasmo quando sei in imbarazzo…», replicò Paola piccata.

     Ed era vero… questa era sempre stata una delle sue debolezze. L’incapacità di gestire la confidenza con gli altri, il sentimento di minaccia provato verso chi voleva entrare nella sua “sfera personale” lo portava spesso a reagire con commenti caustici. Spesso ingenerosi nei confronti di chi voleva solo confrontarsi apertamente con lui, o anche aiutarlo, come in effetti stava cercando di fare sua sorella.

     «Intendevo dire… frequentare una donna», riprese Paola, che di certo non era un’interlocutrice remissiva e non si lasciava intimidire da così poco; «Magari una persona più positiva di quelle con cui ti sei accompagnato recentemente. Una donna con cui provare a costruire qualcosa di serio, una vera compagna. Penso che tu debba deciderti, prima o poi a uscire dalla tua corazza di cinismo e autosufficienza».

     «Beh, adesso non esagerare…».

     «Credi davvero che lo stia facendo?».

     «Ci penserò. Prometto che ci penserò. Va bene così?»

     «Per stasera posso accontentarmi. E posso fermarmi qui, con i miei rimbrotti. Che ne dici di venire a cena a casa nostra, stasera? Mi farebbe piacere».

     «Non saprei, è stata una giornata impegnativa… vorrei stare un po’ per conto mio».

     «Allora quello che ti ho detto non è servito a niente!», sbottò Paola, fingendo di arrabbiarsi e svoltando gli occhi al cielo.

     Riccardo, a quel punto, non poté far altro che scoppiare a ridere: rise per la reazione fintamente melodrammatica di Paola, ma in fondo anche un po’ di se stesso e della propria prevedibilità… dopotutto, sua sorella non aveva torto.

     «E va bene, mi hai convinto. Voglio darti retta, e provare a essere meno orso. Contenta?».

     «Oh, bravo. Così si fa. Vedrai che, procedendo a piccoli passi, potrai riuscirci».

 

Piercarlo Ceccarelli

 

Applicazione in azienda: Quante volte abbiamo sentito dire che il Capo è solo. Tante, perché è cosi. Chi ha la responsabilità di un’azienda rischia l’isolamento. Il capo è l’unico vero punto d’integrazione di informazioni, decisioni e responsabilità. Ma il capo è anche un uomo con i suoi bisogni sociali ed emotivi. La naturale propensione del genere femminile a essere su più fronti contemporaneamente (la famiglia, il lavoro, gli amici…) è un buon modello da seguire, e certamente rende valido il consiglio per ciascun uomo a capo di un’azienda, grande o piccola che sia, di trovare equilibrio in famiglia e negli affetti personali.
Parola Chiave: leadership
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